POLIZIA

Decapitato il clan Scalisi a Catania: 8 misure cautelari

Le accuse sono associazione mafiosa ed estorsione con l'aggravante di essere un'associazione armata

CATANIA. La polizia di Stato sta eseguendo nel Catanese, su delega della procura distrettuale Antimafia etnea, misure cautelari nei confronti di otto presunti affiliati al clan Scalisi, alleato della famiglia Laudani di Catania ed operante nel comprensorio di Adrano. Le accuse sono associazione mafiosa ed estorsione con l'aggravante di essere un'associazione armata.

Con l'operazione la polizia ha decapitato i vertici della cosca mafiosa. Le indagini sono state condotte dalla squadra mobile di Catania e dal commissariato di Adrano.

L'operazione è stata denominata «Time-Out». Sei provvedimenti restrittivi sono stati notificati in carcere ad altrettanti detenuti. Due le persone in manette. Secondo il procuratore facente funzioni Michelangelo Patanè, «ad Adrano non vi è collaborazione da parte delle vittime di estorsioni» e che l'operazione «non si giova della collaborazione delle vittime».

I provvedimenti restrittivi scaturiscono da indagini tecniche coordinate dalla Dda ed eseguite dalla squadra mobile e dal Commissariato di Adrano avviate nel maggio del 2011 e conclusesi nell'aprile del 2012, che hanno consentito di monitorare le dinamiche interne alla cosca Scalisi dopo gli arresti subiti nell'operazione di Polizia denominata «Terra Bruciata» del 29 aprile 2009. In quella occasione furono eseguiti due provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dalla Procura nei confronti rispettivamente di 12 presunti affiliati al clan Santangelo e di 15 presunti affiliati al clan Scalisi -  Secondo quanto accertato dagli investigatori, il boss Giuseppe Scarvaglieri, sebbene detenuto, avrebbe continuato a mantenere la leadership del gruppo dettando le disposizioni per mantenere il controllo delle attività illecite nel comprensorio di Adrano.

Dato che le indagini sfociate nell'operazione «Terra bruciata» avevano coinvolto anche la madre, Carmela Scalisi, il fratello Antonio ed altri parenti dell'uomo, insieme a persone più
rappresentative del clan della consorteria criminale, Scarvaglieri avrebbe maturato un cambio di strategia, preferendo mantenere i suoi familiari defilati dalla gestione del sodalizio
criminale.

Per questo motivo avrebbe designato come responsabile operativo Giuseppe Santangelo, poi morto per cause naturali il 20 agosto del 2014, che, in attesa della scarcerazione, godeva dell'appoggio di altre persone, tra cui Gaetano Di Marco. Quest'ultimo, in attesa della scarcerazione di Santangelo, 'figliocciò di Scarvaglieri, sarebbe diventato il referente del
gruppo.

Le indagini hanno evidenziato lo stato di fibrillazione presente in seno al gruppo a causa dell'assenza momentanea di un leader all'altezza di reggerne le fila, motivo per il quale la stessa famiglia Laudani di Catania sarebbe direttamente intervenuta affiancando un proprio referente a Di Marco.

Individuato un tentativo di estorsione ai danni di un imprenditore impegnato nei lavori di risistemazione della Provinciale 231 che aveva subito il danneggiamento di un mezzo meccanico. Per questo motivo il 28 dicembre 2011 erano stati arrestati in flagranza Davide Di Marco e Massimo Di Guardia.

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