IL BLITZ

Mafia, colpo al clan Laudani a Catania: 109 ordinanze. Nomi e foto

I reati ipotizzati sono associazione mafiosa, estorsione, intestazione fittizia di beni, spaccio e traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi

CATANIA. Maxi Una holding del crimine, con un vertice forte e 13 gruppi presenti nel territorio. Un fatturato in crescita per il fiorente traffico di droga, coltivato assieme a rapporti stretti e antichi con la 'ndrangheta di Reggio Calabria, ed estorsioni 'a tappeto'. Con vittime facili da convincere perché è nota a tutti la ferocia criminale con cui agisce. E' il clan Laudani secondo l'inchiesta 'Viceré' della Procura di Catania, che ha portato all'esecuzione da parte dei carabinieri di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per 109 indagati. Di questi 26 erano già detenuti per altra causa. A tre sono stati concessi gli arresti domiciliari. Uno è il 'patriarca' del clan, Sebastiano Laudani, 90 anni, malato. A capo della 'holding' ci sarebbe ancora lui. Come lo accusa suo nipote Giuseppe, che porta il suo stesso cognome. Figlio di Gaetano Laudani, assassinato nel 1992 in una faida mafiosa, che ha cresciuto con l'affetto di chi vedeva in lui il capo della 'famiglia, e invece ha "tradito i 'cristiani' quel cornuto", dicono dalla sua 'famiglia', perché si è pentito.

E' uno spaccato su una delle più agguerrite cosche mafiose, ma anche sulla storia della famiglia Laudani, l'indagine dei carabinieri di Catania. Su un clan che ha stretto amicizie con Cosa nostra, nelle sanguinose faide degli anni Ottanta e Novanta, quando nel Catanese si contavano più di cento morti ammazzati l'anno. Che non perdonava chi indagava sulla 'famiglia', come dimostra l'autobomba con 30 kg di tritolo fatta esplodere il 18 settembre del 1993 davanti alla caserma dei carabinieri di Gravina di Catania, ferendo quattro militari. O l'omicidio dell'agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza e poi dell'avvocato Serafino Famà. Una forza intimidatrice, unita a una grande ferocia e a un buon arsenale, alimentati da introiti che arrivano dallo spaccio di droga, estorsioni e rapine. E che piano piano si infiltra nel tessuto economico, riciclando denaro in affari apparentemente leciti: commercio all'ingrosso di carni, acquisti di terreni, anche all'estero, imprese edili e commerciali. E col fiuto degli affari: la droga nelle discoteche, come 'pizzo' per i titolari.

Mafia, maxi-blitz a Catania con 109 ordinanze: i nomi e le foto

A fare maggiore chiarezza sull'intreccio mafia-affari dei Laudani arriva la collaborazione di uno del loro 'sangue', Giuseppe, il nipote preferito da 'nonno Iano', il patriarca Sebastiano. E' lui che ricostruisce la 'holding' del clan, che tratteggia alleanze e strategie. Con la 'famiglia' al vertice assoluto e altri tredici gruppi satelliti. Molto attivi e spietati su Catania e provincia. Tanto da farsi temere dagli imprenditori sotto estorsione, che non collaborano con la magistratura, neppure davanti all'evidenza dei fatti. Alcuni saranno denunciati dai carabinieri per favoreggiamento: non hanno ammesso neppure davanti ai nomi estrapolati dai 'libri mastri' sequestrati dai militari.

E il legame della 'famiglia' è così forte che anche le donne di 'casa', come Maria Scuderi, nuora del patriarca, o Concetta Scalise ad Adrano, assumono un ruolo dirigenziale, seguendo le direttive dei vertici e gestendo la 'cassa comune per il sostentamento dei familiari degli affiliati detenuti, e pensano di espandersi a Caltagirone. L'influenza del clan cresce, sostiene l'accusa, anche infiltrando apparati istituzionali: due avvocati, Giuseppe Arcidiacono e Salvatore Mineo, sono stati arrestati per concorso esterno all'associazione mafiosa. A un investigatore è contestato l'accesso abusivo al sistema informatico. "Abbiamo inflitto un duro colpo ai vertici vecchi e nuovi del clan", ha commentato il procuratore Michelangelo Patanè, che ha coordinato l'inchiesta con l'aggiunto Amedeo Bertone e i sostituti Pasquale Pacifico, Giovannella Scaminaci, Lina Trovato e Antonella Barrera.

Per il generale Riccardo Galletta, comandante della Legione Sicilia, "occorre dare il giusto merito ai carabinieri di Catania e alla magistratura, perché hanno fatto uno sforzo importante". Di "un'altra grande giornata per il nostro Paese" con i "cittadini che possono e devono credere nelle istituzioni e sentirsi più sicuri", parla il ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Per la presidente dell'Antimafia, Rosy Bindi, "il colpo al clan è duro", ma "senza rifiuto totale da parte degli imprenditori, la strada resta in salita". Congratulazioni ai carabinieri sono arrivate dal questore di Catania, Marcello Cardona, che le ha porte personalmente al comandante provinciale, il colonnello Francesco Gargano.

 

 

 

 

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