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Droga, rapine e racket a Belpasso: così si finanziava il clan, 15 coinvolti

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BELPASSO. E’ stati disarticolato il gruppo mafioso di Belpasso. Il capo è il boss Carmelo Aldo Navarria, che durante i 26 anni di carcere avrebbe continuato a mantenere il controllo sul gruppo grazie all’aiuto dei familiari. Una volta scarcerato il clan ha continuato le sua attività di estorsione, detenzione e spaccio di droga, rapina, sequestro di persona, danneggiamento da incendio e riciclaggio.

Sono queste le accuse per 15 persone esponenti del cosiddetto gruppo mafioso di Belpasso, articolazione territoriale della famiglia Santapaola-Ercolano. I carabinieri di Catania hanno eseguito i 15 provvedimenti cautelari emesso dal Gip del Tribunale etneo su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia: nove misure di custodia cautelare in carcere e sei misure di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, sei provvedimenti sono stati notificati in carcere nei confronti di altrettanti indagati già detenuti.

Tra gli arrestati ci sono: Gaetano Doria, di 48 anni, già detenuto nel carcere di Siracusa, Michele La Rosa, di 46 anni, portato nel carcere di Catania Bicocca, Rosario La Rosa, di 38 anni, rinchiuso nel carcere di Catania Bicocca,Carmelo Aldo Navarria, di 55 anni, già detenuto casa circondariale di Siracusa, Patrizia Paratore, di 51 anni, condotta nel carcere Piazza Lanza di Catania, Gianluca Presti, di 36 anni, già detenuto casa circondariale di Catania Bicocca, Mirko Presti, di 30 anni, già detenuto casa circondariale di Siracusa, Antonino Prezzavento, di 46 anni, già detenuto casa nel carcere di Siracusa, Stefano Prezzavento, di 32 anni, già detenuto casa circondariale di Siracusa.

Mafia a Belpasso, nomi e foto degli arrestati: tra loro il boss che "faceva sparire i cadaveri"

Mentre sono stati sottoposti alla misura cautelare della presentazione alla polizia giudiziaria: Carmelo Salvatore Asero,di 60 anni, Simonetta Battaglia, di 55 anni, Concetta Fichera, di 52 anni, Claudio Grasso, di 42 anni, Salvatore Leotta, di 53 anni, Giuseppe Nicosia, di 55 anni.

Navarria è stato un tempo uomo di fiducia a disposizione di Giuseppe Pulvirenti “U Malpassotu”, braccio armato di Nitto Santapaola. L’indagine, denominata “Araba Fenice”, è stata avviata nel 2015 per monitorare le attività del gruppo criminale e dei suoi associati, dopo la scarcerazione di Navarria. Il boss è stato rimesso in libertà il 23 giugno 2014, dopo aver scontato la pena definitiva di ventisei anni e mezzo di reclusione per sei omicidi.

Nel corso delle indagini si è scoperto che Navarria era tornato pienamente operativo al comando del “gruppo”mafioso alle dirette dipendenze di Francesco Santapaola, arrestato dai carabinieri nell’aprile del 2016 nell’ambito dell’indagine Kronos.

Navarria, anche se in carcere, percepiva uno stipendio e aveva continuato a guidare il gruppo di Belpasso attraverso i propri generi Gianluca Presti e Stefano Prezzavento. Dopo la scarcerazione avrebbe riaffermato il proprio ruolo di referente locale a Belpasso.

Anche la moglie Patrizia Paratore ha contribuito ad aiutare il marito a mantenere il potere sul territorio. La donna ha recapitato in carcere comunicazioni e ha favorito la latitanza del genero Stefano Prezzavento.  Le indagini hanno permesso di evidenziare le dinamiche operative del gruppo criminale per il controllo del territorio. Gli affiliati sono accusati di aver commesso due rapine con sequestro di persona a Belpasso il 14 gennaio ed il 3 febbraio 2015.

Le due vittime sono due autotrasportatori del settore alimentare. I membri del gruppo criminale sono accusati anche di estorsioni nei confronti di imprenditori locali anche con danneggiamenti dei beni mobili aziendali, sempre per agevolare l’organizzazione mafiosa d’appartenenza.

Nel corso dell’attività investigativa e a riscontro dell’ipotesi accusatoria, il 20 novembre e 10 dicembre 2015, sono stati arrestati 10 affiliati per estorsione pluriaggravata commessa dall’ottobre 2014 fino al 19 novembre 2015 alla ditta “Lavica Marmi s.r.l” di Belpasso, i cui titolari erano stati costretti a corrispondere il pagamento di una somma di 600 euro al mese.

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