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«Smaltimenti illeciti nei terreni dell’Esa»: in dodici a processo

Le indagini partite dopo il sequestro di un impianto di compostaggio. Ieri mattina il Comune e la Provincia sono stati ammessi dal gup come parti civili. Assente, invece, la Regione siciliana
Catania, Archivio

CATANIA. Ci sono voluti più di 2 anni di indagini, lavori complessi e analisi sofisticate con la collaborazione del Noe, il nucleo operativo ecologico, dei Carabinieri e dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente in Sicilia. Le operazioni di scavo nei terreni dell’Esa, l’ente di sviluppo agricolo della regione siciliana, poco fuori dalla città ha portato in superficie uno scenario inaspettato. Il quadro emerso, agli inquirenti, non è stato affatto rasserenante. A Catania, in contrada Passo Martino, località Palma - Torrazze si scavava per fare posto a rifiuti di diverso genere. Anche «tossico – nocivi, con valori superiori alle concentrazioni della soglia di contaminazione», hanno scritto nel fascicolo i tecnici. Con le accuse, contestate a vario titolo, di traffico di rifiuti, false attestazioni, discarica non autorizzata, danno ambientale e gestione clandestina di rifiuti, il pm Giuseppe Sturiale ha chiesto, il 7 maggio 2013, il rinvio a giudizio per 12 persone. Si tratta di Giuseppe Monaco, amministratore della società Ofelia Ambiente, Mario Marino, amministratore della Marino Corporation, Calogero Lupo e Giuseppe Trovato, titolari delle rispettive imprese, Andrea, Francesco e Marco Pampallona soci della Eco.far. snc, Giovanni Morando, amministratore della Eco.dep. snc, Rosario Trovato, consulente della Ofelia Ambiente, Giovanbattista Vecchio, titolare di un centro analisi, e Vincenzo Gozza, rappresentante legale della G.i.a spa. Coinvolte anche 7 ditte alle quali la Procura è arrivata con un controllo della documentazione.
La vicenda ha avuto inizio in seguito al sequestro di un impianto di compostaggio nella zona di Passo Martino. Dopo avere rilevato alcune incongruenze e carenze strutturali, la gestione dei rifiuti ha attirato l’attenzione della magistratura che ha cominciato a scavare nell’area circostante. Un’estensione di circa 54 ettari dove, scrive il Pm, si svolgeva «un’attività organizzata per il traffico illecito di rilevanti quantità di rifiuti». In 2 anni, tra il 2007 e il 2009, sono stati ricevuti e smaltiti intorno alle «123mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non». Solo la gestione clandestina, proveniente dalla regione Campania, avrebbe fatto «conseguire un ingiusto profitto per 2 milioni e mezzo di euro». Ad essere interrato c’era di tutto o quasi: «fanghi di depurazione e di perforazione, ceneri di pirite, rifiuti di industrie agrumarie contenenti alte concentrazioni di idrocarburi, arsenico, antimonio, rame». E poi, circa 440 tonnellate di scarti alimentari scaduti e 2.570 tonnellate di fanghi provenienti dagli agglomerati industriali della frazione di Giammoro di Pace del Mela, nel messinese, e Caltagirone in provincia di Catania.
Il processo ancora è ai nastri di partenza. Ieri, davanti al Gup Giuliana Sammartino, il Comune e la Provincia di Catania, rappresentati dagli avvocati Agata Barbagallo e Immacolata Bellomo, sono stati ammessi come parti civili. Assente, invece, la regione Sicilia. Alcuni legali della difesa hanno provato a sollevare un’eccezione. Secondo loro «la richiesta di rinvio a giudizio descrive una condotta diversa rispetto alle conclusioni delle indagini e quindi ci sarebbe una nullità». Il Gup, dopo un breve ritiro, ha rigettato la richiesta e rinviato il processo al 14 aprile.

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