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Mafia: agguato a Paternò, morto ex detenuto e ferita la moglie

PATERNÒ. Una vendetta consumata a freddo o la reazione a un tentativo di riorganizzarsi sul territorio che stava spostando equilibri nella criminalità organizzata locale. Sono le due ipotesi privilegiate da carabinieri e dalla Dda della Procura di Catania che indagano sull'agguato a Paternò, grosso centro agrumicolo a 25 chilometri dal capoluogo etneo, dove almeno due sicari, armati di pistola, probabilmente una calibro 9 e una 7,65, hanno esploso 14 colpi uccidendo l'ex ergastolano Salvatore Leanza, 59 anni, indicato come un ex sicario del clan Alleruzzo-Assinnata e ferendo gravemente sua moglie, Barbara Bonanno, di 58.    Il gruppo di fuoco è entrato in azione poco dopo le 7. Evidentemente conosceva le abitudini della coppia, sapeva che uscivano di casa a quell'ora e li ha aspettati non lontano. Marito e moglie sono saliti su un'Alfa Romeo 156. Alla guida c'era lei, perchè lui era senza patente di guida.    
All'improvviso in viale dei Platani è sbucata un'auto che li ha superati e si è messa di 'traversò: sono scesi due uomini col volto travisato che hanno sparato. Una 'tempesta di fuocò ha investito la vettura della coppia. L'obiettivo era l'uomo, che è stato centrato da 10 proiettili, tre dei quali alla testa. La donna è rimasta ferita al torace, centrata da quattro colpi.    
Trasportata d'urgenza nell'ospedale Santissimo Salvatore è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico. I medici si sono riservati la prognosi. Prima di entrare in sala operatoria ha raccontato qualcosa sulla dinamica dell'agguato ai carabinieri, ma null'altro su sicari o ipotetici moventi.    La vettura usata dai sicari potrebbe essere una Fiat Uno trovata completamente bruciata nelle campagne della zona: era stata rubata la notte scorsa a Santa Maria di Licodia.   
La modalità dell'agguato non lasciano dubbi agli investigatori: è un delitto di mafia. Anche il curriculum della vittima ne è una conferma, visto che, condannato per omicidio, era ritenuto un sicario del suo clan. Dopo avere avuto inflitto l'ergastolo aveva avuto commutata la pena in 30 anni di reclusione. Finita di scontare con i benefici di legge era tornato libero e lo scorso anno era rientrato a Paternò.    
Un ritorno che potrebbe avere risvegliato antiche vendette ancora da consumare o che avrebbe fatto saltare gli equilibri criminali della zona. Il procuratore di Catania, Giovanni Salvi, sottolinea che «c'è il rischio di una faida mafiosa, ma al momento - osserva - non ci sono certezze: in quel territorio da tempo ci sono interessi mafiosi in movimento, e noi stiamo lavorando su questo». Il sindaco di Paternò, Mauro Mangano, rileva come l'agguato e l'ulteriore conferma che «la mafia esiste e questa consapevolezza deve spingerci, ogni giorno, a lottare contro di essa».
Le indagini sono dei carabinieri della compagnia di Paternò e del reparto operativo del comando provinciale di Catania.

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