L'Etna e i suoi segreti, le immagini delle grotte nascoste

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Complice una splendida giornata di sole gli aderenti al gruppo Facebook "Etnei nel mondo", che conta seimila etnei di tutti i continenti iscritti, tra le tante escursioni che organizzano nelle varie stagioni, domenica ne hanno effettuata una davvero affascinante. Mete che sono state due tra le più suggestive e particolari grotte a scorrimento lavico del Parco dell'Etna: la grotta dei ladroni e la geotta dei rotoli. La Grotta dei Rotoli (1475 m. s.l.m.) è una tra le grotte certamente più interessanti del territorio di Linguaglossa, deve la sua formazione all'eruzione del 1865, la quale diede origine ai ben noti Monti Sartorius.

Si raggiunge proprio attraversando le lave del 1865, lungo un percorso che a partire dalla strada Mareneve, nei pressi del bivio per il rifugio Baracca, raggiunge Monte Crisimo. Circondati dalla brulla sciara, si percorre la strada sterrata in leggera pendenza, dalla quale si possono osservare sulla sinistra, oltre che I Due Monti (1662 e 1635 m) e sullo sfondo, anche la colata lavica del 2002, ben distinta nel suo insinuarsi tra i boschi di pino laricio.

La Grotta dei Rotoli è una cavità di particolare interesse morfologico proprio per la presenza di “rotoli” di lava di consistenti dimensioni: porzioni di parete che, per effetto del drenaggio della lava all'interno della galleria di scorrimento, si sono distaccati e accartocciati su se stessi, dando origine a questi caratteristici tubi, che presentano in questo caso dimensioni maggiori rispetto ad altre cavità etnee. Nonostante, a causa dei crolli, la grotta originariamente alquanto estesa, sia suddivisa in più sezioni, la sua morfologia la rende comunque meritevole di una visita. Infatti, oltre ai rotoli, sono presenti dei pendenti di lava, nonché una fitta maglia di “lamine” sulle pareti laterali, anch'esse generatesi durante lo svuotamento della cavità. All'interno si può visitare anche una cavità laterale, ma occorre essere esperti spedeologi.

La Grotta dei Ladroni o dei briganti è un piccolo tunnel di scorrimento lavico che si apre in una colata preistorica in località Piano delle Donne, nei pressi del rifugio Citelli. La cavità, nota da tempo immemorabile, venne topografata e descritta nel 1988 dal CSE ed inserita nel catasto regionale. Secondo una leggenda che si racconta nei paesi vicini essa venne utilizzata nella seconda metà del XVIII secolo come rifugio da una banda di briganti che imperversava, invero senza grande fortuna, nella zona. Si dice che essi fossero un tal Don Carmelu, u zzu Cicciu Lera, u zzu Concettu Spotu e u zzu Cola, tutti provenienti da Palermo.

I quattro, per quanto audaci, sembra però che non fossero assistiti da una buona stella, tanto che le loro imprese criminose si concludevano assai spesso ingloriosamente. Si racconta pure che sarebbe stata proprio la combriccola a dotare la misteriosa grotta-rifugio di Piano delle Donne di una serie di insoliti accorgimenti, ben visibili ancora oggi.

La cavità ha infatti due ingressi, per cui le sue due sale sotterranee sono non solo più facilmente accessibili ma anche utilizzabili all'occorrenza per eludere, come si racconta, la sorveglianza di eventuali assedianti e darsi alla fuga; l'ingresso a monte è dotato di una piccola ma pittoresca scalinata con una dozzina di ripidi gradini intagliati nella roccia; l'altro, invero molto suggestivo, si apre in fondo ad uno stretto scivolo artificiale, una sorta di profonda trincea che taglia il suolo e la roccia soprastante per una decina di metri. Nei racconti popolari si è ipotizzato che tale piano inclinato servisse tra l'altro a facilitare l'accesso alla grotta non solo di uomini ma anche di cavalli e muli (quelli dei briganti, ovviamente) che in tal modo sarebbero scomparsi nelle viscere della terra come inghiottiti da una sorta di "Apriti Sesamo". Ciò che rende davvero singolare la Grotta dei Ladri è però la presenza di tre strani pozzi che mettono in comunicazione la volta della grotta con la superficie del terreno soprastante. Tali strutture sono distanziate l'una dall'altra di circa nove metri, hanno un diametro superiore al metro e sono profonde rispettivamente 11, 9 e 6 metri.

Non si tratta di semplici fori ma di opere realizzate con grande cura; il loro interno è infatti rivestito da una sorta di compatta camicia a secco formata da conci lavici ben incastrati l'uno nell'altro. I pozzi, come del resto lo scivolo, furono accuratamente costruiti probabilmente nel 1776 come sembra suggerire la data grossolanamente incisa nell'architrave roccioso che sovrasta l'ingresso in fondo allo scivolo. Ben costruiti dunque col preciso intento di durare a lungo. Ma per quale motivo? La fantasia popolare ha una risposta per tutto e scioglie prontamente ogni enigma. Si racconta infatti che i briganti, se inseguiti, erano soliti far cadere il bottino in tali pozzi per poi recuperarlo una volta liberatisi dagli inseguitori.

Le leggende hanno spesso un fondo di verità e, probabilmente, la cavità venne davvero utilizzata per qualche tempo dai briganti. Ma è credibile che le complesse infrastrutture della grotta siano state realizzate da costoro? E' forse più realistico immaginare che esse furono create da gente che aveva con la montagna un rapporto ben più stabile e sereno di quanto lo potessero avere banditi sempre in fuga: pastori o cacciatori che volevano utilizzare la grotta come riparo, mannara o più probabilmente come nivera.

E' evidente poi, che intorno alla cavità un tempo dovette svolgersi un'attività abbastanza intensa: nei pressi della grotta infatti appaiono ancora ben visibili i resti di antichi terrazzamenti, di un reticolo di muretti e soprattutto di almeno due rustiche costruzioni dalla pianta circolare che sembrano essere quei tipici pagghiari 'mpetra che venivano utilizzati un tempo dai pastori etnei o dai contadini come riparo temporaneo. Notizie più dettagliate si possono trovare su “Le grotte dell’Etna ed i viaggiatori del passato: testimonianze di viaggio” di Giuseppe Puglisi e Giancarlo Santi.

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