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Pagano per riavere l'auto rubata, ma poi lo negano: 13 denunciati a Catania per favoreggiamento

Dopo avere subito il furto dell’auto, chiedendo l’intervento di un «intermediario» con i ladri, avrebbero pagato una «tangente» per la restituzione della vettura. Ma, sentiti a «sommarie informazioni» dai carabinieri del Comando provinciale che indagavano sulla banda specializzata in «cavalli di ritorno», hanno «negato le apparenze, prestandosi a un atteggiamento che ostacolava le indagini».

È quanto contesta la Procura di Catania a 13 vittime del furto d’auto che sono state denunciate per «favoreggiamento personale, avendo fornito alla polizia giudiziaria informazioni palesemente false e fuorvianti, aiutando in tal modo gli autori del reato a eludere le indagini». I tredici sono tra gli indagati dell'operazione denominata CarBack che a Catania ha portato a 68 arresti, 51 in carcere e 17 ai domiciliari. Per avere restituita l’auto rubata ciascuno di loro avrebbe pagato un «riscatto» compreso tra 300 e 1.500 euro in base al modello e alle condizioni dell’autovettura, al numero di persone intervenute nell’intermediazione e al rapporto di conoscenza tra gli indagati e la vittima del furto.

Il «cavallo di ritorno»

Prima il furto dell’auto, commesso in 20 secondi, e poi l’estorsione al proprietario, attraverso un intermediario a cui pagare il riscatto per la sua restituzione. E chi non versava il pizzo richiesto non rivedeva più la sua vettura che veniva immessa nel mondo del riciclaggio. Era la tecnica del «cavallo di ritorno» di uno «strutturato e organizzato» gruppo criminale di Catania sgominato dai carabinieri del Comando provinciale etneo. Cinquanta gli arresti.

La droga sotto il controllo della mafia

Un altro filone d’inchiesta parallelo ha permesso di disarticolare, con altri 18 arresti, un’organizzazione che, con ai vertici un presunto esponente del clan Cappello, gestiva un traffico di droga che alimentava diverse piazze di spaccio. In comune le due bande criminali avevano la logistica: un autonoleggio in cui si tenevano incontri, accordi e pagamenti sulle attività illecite.  Complessivamente, nell’operazione CarBack sono state arrestate 68 persone: 51 sono state condotte in carcere e 17 poste ai domiciliari. Altre 20 sono indagate in stato di libertà.

Come operava la banda

Al gruppo che si occupava dei «cavalli di ritorno» la Dda di Catania contesta 54 furti d’auto, commessi da tre «batterie» di ladri, e 33 estorsioni. Tra gli arrestati anche un presunto appartenente al clan dei Cursoti milanesi. Prima di essere rubata, l’auto veniva «bonificata» dalla «batteria» in azione per avere la certezza dell’assenza di dispositivi Gps che ne potessero permettere la localizzazione. Del gruppo, contesta la Procura, avrebbero fatto parte anche alcuni intermediari, che venivano contattati dalle vittime, direttamente o da conoscenti, per fare avviare l’iter per la restituzione del mezzo. Se l’estorsione non fosse andata a buon fine, trascorsi tre giorni dal furto, le autovetture rubate venivano «cannibalizzate» e destinate alla ricettazione.

Le piazze di spaccio

L'inchiesta sul traffico di droga, in cui sono complessivamente indagate 30 persone, ha riguardato indagini dei carabinieri su acquisto e vendita di cocaina per piazze di spaccio, come quelle attive nei rioni Librino e San Giorgio di Catania, con un volume d’affari complessivo giornaliero di oltre 1.000 euro ciascuna. Da intercettazioni sono emerse contrattazioni riguardanti ingenti quantitativi di cocaina, venduta all’ingrosso a circa 42.000 euro al kg e consegnata ai grossisti in vari punti della città per essere evidentemente destinata al rifornimento di altre piazze di spaccio presenti a Catania e a Nicolosi e nelle province di Siracusa, Palermo e Trapani.

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