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“L’elisir d’amore” alle falde dell’Etna

“È un tempo sospeso, quello che stiamo vivendo, in bilico tra gli echi di una guerra alle porte della nostra Storia e la lenta ripresa dopo la crisi epidemica appena vissuta. Un tempo contraddittorio, fatto di faticosa ricostruzione e prepotente desiderio di rinascita, per certi aspetti molto simile al secondo dopoguerra. Ed è proprio quell’Italia – che raccoglieva i frammenti di una guerra feroce – pronta a ricomporre se stessa, che intendo rievocare con questo Elisir d’amore”. Parola di Antonio Calenda, il grande regista chiamato a mettere in scena il capolavoro di Gaetano Donizetti al Teatro Massimo Bellini, dove il melodramma giocoso – musicato sul magistrale libretto di Felice Romani – sarà in scena dal 10 al 17 maggio per il recupero della stagione lirica 2020, ripresa dopo la lunga sospensione dovuta alla pandemia. Gli abbonati potranno quindi accedere esibendo appunto l’abbonamento. Chi non è abbonato e desidera acquistare il biglietto potrà farlo attraverso il botteghino.

Il nuovo allestimento dell’Elisir vede in primo piano orchestra, coro e tecnici dell’ente lirico catanese, per un’edizione di qualità che può contare su un cast di alto livello. Sul podio Tiziano Severini, scenografo e costumista Manuel Giliberti, maestro del coro Luigi Petrozziello.Nelle sette recite si alterneranno i soprani Irina Dubrovskaya e Manuela Cucuccio (Adina),  i tenori Mario Rojas e Valentino Buzza (Nemorino), i bassi Francesco Vultaggio e  Luca Galli (Dulcamara), i baritoni Clemente Antonio Daliotti e Giovanni Guagliardo (Belcore), i mezzosoprani Paola Francesca Natale e Albane Carrere (Giannetta); nel ruolo dell’assistente di Dulcamara  il mimo Giancarlo Latina. Assistente alla regia è Manola Plafoni, alle scene Giovanni Ragusa, aiuto costumista Giovanna Giorgianni, responsabile dei movimenti scenici Jaqueline Bulnés.

I due atti della superlativa partitura donizettiana giocano sulla impareggiabile versificazione di Felice Romani, che molto deve tuttavia alla fonte francese, ovvero il libretto Le philtre, che era stato da poco approntato da Eugène Scribe per l’opera di Daniel Auber, trionfalmente rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1831, un anno prima dell’Elisir che avrebbe debuttato nel 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano. Se Auber e Scribe avevano optato per un impianto decisamente comico, Donizetti e Romani, pur nel vortice esilarante delle situazioni, sanno come esaltare non solo le struggenti pene d’amore del protagonista maschile, ma altresì la presa di coscienza della sua amata. Una formula perfetta, in cui la comicità resta intrisa di malinconia, che ha decretato fin dal debutto l’imperitura fortuna dell’opera.

Se il topos narrativo è quello del filtro capace di unire gli amanti, la vicenda gira intorno all’amore dell’ingenuo e semplice Nemorino, modesto coltivatore, per la bella, colta e capricciosa Adina, ricca fittavola, che respinge la sua corte sbandierando piuttosto il desiderio di essere libera.  L’assedio amoroso cui la sottopone pure il borioso Belcore, militare di carriera, è un altro gioco per Adina, che se la ride consapevole del proprio fascino, gettando però Nemorino nella disperazione per un amore all’apparenza non corrisposto. Quando in piazza arriva il sedicente dottor Dulcamara, medico ambulante, ecco che Nemorino pensa di poter risolvere il problema comprando il portentoso elisir che l’imbonitore spaccia per panacea, in grado di guarire ogni male del corpo e del cuore.

Tuttavia Adina non cede e afferma invece di voler sposare il sergente Belcore. La situazione precipita e Nemorino prende la più drastica e fatale delle decisioni: arruolarsi proprio al seguito di Belcore. “Poiché non sono amato, voglio morire soldato”. Ma ecco che di fronte a tanto dolore d’amore, Adina assume seria consapevolezza del sentimento di lui e anche del suo: comprende che il suo posto è accanto all’uomo che l’amerà e amerà per sempre. La “furtiva lacrima” che Nemorino coglie negli occhi dell’amata suggella questa certezza, riscattando una vita di sospiri. Per Adina, assidua lettrice della leggenda del filtro che lega Tristano e Isotta, l’elisir è un riferimento letterario che l’affascina, ma la sua brillante intelligenza la rende immune dalla credenza popolare. A differenza di Nemorino che l’ama sorgivamente, per lei la scoperta dell’amore si traduce nella conquista di una maturità umana ed emotiva. Mettendo da parte vanità e capricci, Adina riacquista da Belcore il contratto di arruolamento, restituendo a Nemorino la libertà di vivere la vita a lui destinata: rimanere nel “suol natio”, dove tutti lo amano, lei per prima. Il potente elisir sulla carta ha fatto effetto e il paese esterrefatto saluta Dulcamara, attribuendogli il ribaltamento degli eventi, mentre Belcore si consola pensando che avrà altre belle da conquistare. Ma il lieto fine è tutto per i due giovani, finalmente uniti.

Come sottolinea ancora Calenda: “L’opera, lieve e complessa ad un tempo, ha una leggiadria bucolico pastorale che intendo garbatamente sovvertire, immergendola nel Novecento italiano, preindustriale, in quella civiltà agricola ancora pura e incorrotta che ovunque, ma soprattutto in Sicilia, dominava. La scelta di ambientarlo a Catania e non nel “Paese de’ Baschi”, come indicato dal librettista Felice Romani, mi è stata suggerita – e in qualche modo resa lecita – da un verso dell’opera che, per bocca del ciarlatano, venditore di filtri d’amore, Dulcamara, cita il Mongibello, l’Etna.”

L’allestimento contiene anche riferimenti al grande cinema italiano del dopoguerra. “Nell’evocare la nostra Storia, cogliendo il frangente della rinascita del dopoguerra, ho pensato al mezzo di locomozione per eccellenza – per andare al lavoro, per divertirsi, per vivere – simbolo di un momento storico cruciale: la bicicletta. L’intenzione è far riemergere la struggente dimensione poetica e antropologica splendidamente ritratta nel film “Ladri di biciclette”, attingendo anche al repertorio di suggestioni brillanti e comiche di “Pane, amore e fantasia”, ritratto insieme grottesco e realistico di un’umanità in cerca di riscatto e riaffermazione e per la quale l’unico bene durevole, trasversalmente accessibile a tutti gli esserci umani, indipendentemente dallo status sociale ed economico di ciascuno, fosse l’Amore, miraggio evanescente di una felicità dai contorni sfumati, nel disincanto della guerra appena vissuta.”

Il quadro di riferimento cambia pur nel rispetto dello spirito dell’opera. “E così – conclude Calenda - Belcore diventa un bersagliere con i suoi commilitoni sempre in corsa, e l’immaginario esplode in riferimenti iconografici propri di un tempo che per certi versi, dati i recenti fatti di politica internazionale, sentiamo più vicini, addirittura prossimi. Le biciclette invadono la scena con l’arrivo dei contadini per la giornata di lavoro, disegnano tragitti che rievocano quadri familiari e lirici, struggenti e nostalgici, mentre su tutti una grande rappresentazione del Mongibello sovrasta la scena come un’immensa divinità tellurica e benevola che domina la storia.”

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